Un workflow che riceve un trigger, esegue tre step fissi e scrive un risultato non diventa un agente solo perché uno degli step chiama un LLM. È automazione con una componente intelligente dentro. E va benissimo così.
La distinzione conta perché scegliere l’approccio sbagliato significa o costruire un sistema inutilmente fragile, oppure forzare un processo ambiguo dentro una sequenza rigida che esplode appena cambia l’input.
La differenza tecnica
- NODE 01Workflow: sequenza decisa prima, errori gestiti con percorsi definiti, comportamento molto prevedibile.
- NODE 02Agente: sceglie dinamicamente quali tool usare e in quale ordine, può rivalutare il piano e tentare strade diverse.
- NODE 03Sistema ibrido: agente dove serve interpretazione, workflow deterministico dove serve affidabilità.
Quando il workflow è la scelta migliore
Se riesci a descrivere il processo come un diagramma senza riempirlo di “dipende”, probabilmente non ti serve un agente. Sincronizzare dati, inviare notifiche su eventi noti, trasformare documenti con formato stabile: qui la prevedibilità è un vantaggio.
Quando l’agente inizia ad avere senso
Quando l’input è ambiguo per natura e il numero di casi possibili è troppo alto per essere mappato in anticipo: una telefonata, un’email informale, una richiesta con più intenti, un problema che richiede scegliere tra strumenti diversi.
SYSTEM PRINCIPLE“L’intelligenza dove serve davvero. La prevedibilità dove conta di più.”
È il modello che preferisco anche nei sistemi che sto costruendo: l’agente interpreta, il workflow applica regole certe e scrive sui sistemi aziendali. Non serve rendere “agentico” tutto. Serve rendere intelligente il punto giusto.